La riduzione del danno

HRI

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La posizione di Itardd

Come approccio, la RDD assume l’ottica della promozione della salute e del benessere individuale e collettivo, e della cultura dei diritti umani; come politica opera, in modo integrato, nelle diverse dimensioni sanitaria, sociale e culturale, e si basa su un forte coinvolgimento delle politiche di salute pubblica. Dal punto di vista dell’operatività, la RDD utilizza e include strumenti e competenze diversi di tipo sociale, sanitario, farmacologico, psicologico, pedagogico e culturale, privilegiando servizi a bassa soglia di accesso a-selettivi, interventi a bassa strutturazione in contesti informali, negoziazione e pragmatismo nella relazione con i consumatori, valorizzazione delle competenze sociali, interventi di comunità. La RDD è parte integrante delle politiche comunitarie della UE (Politica “dei 4 pilastri”), e delle linee guida politiche e operative emesse dai diversi ambiti istituzionali comunitari preposti (Parlamento europeo, Commissione, Consiglio, EMCDDA).

Ciò nonostante, in Italia il dibattito sulla policy in materia di droghe, e in specifico sulla RDD, permane fortemente segnato da un approccio ideologico, minando sia la diffusione, la stabilità e l’efficacia del sistema di servizi RDD pure ad oggi attivati, sia ponendo pesanti limiti all’innovazione e allo sviluppo di una più comprensiva strategia sul piano della salute pubblica, della qualità sociale e di un positivo rapporto costi/benefici negli interventi. In questo quadro, discontinuità, precarietà, scarso investimento, e bassa ottimizzazione finiscono con il depotenziare un approccio che a livello internazionale ha dato prova di efficacia, efficienza e adeguatezza, abbassando la “sofferenza non necessaria” di individui e società, limitando i costi umani ed economici dovuti alla repressione a al ricorso enfatizzato al sistema penale, promuovendo un maggior rispetto dei diritti umani, favorendo la convivenza sociale. “Liberare” questo potenziale attraverso una puntuale opera di informazione, advocacy, informazione scientifica e adeguamento degli interventi appare un orizzonte necessario e inderogabile.

Gli interventi sociali di riduzione del danno cercano di “stringere un’alleanza” con le persone, cercando di favorire l’empowerment, cioè di “accrescerne le potenzialità”.
La riduzione del danno nasce come serie d’interventi socio-sanitari per limitare i rischi d’infezioni nelle popolazioni di persone che usano droghe per via iniettiva (PWID o IDU). Si propone di trovare una via alternativa ai paradigmi di “disease” secondo cui il consumo di droghe e la dipendenza sono una malattia da curare e il “modello morale” o “della devianza” che stigmatizza il consumo, anche quello non problematico, e che si propone di controllarlo attraverso metodi punitivi. In entrambi i modelli l’obiettivo è l’astinenza.

La riduzione del danno pur avendo forti valenze e componenti sanitarie è una politica sociale. La distribuzione di materiale sterile per l’iniezione o il sesso sicuro, non sono interventi isolati ma elementi di una strategia d’integrazione da supportare, quando richiesto, con offerte d’inserimento sociale o comunque di sostegno. Si è in presenza di un pezzo di welfare con tutto quanto ciò significa in termini di tensione culturale, di progettazione, d’investimenti, che si propone di gestire i fenomeni nella loro complessità, prima di tutto, accettandoli.

E’ importante rilevare almeno tre aspetti della riduzione del danno:

  • Lo sguardo comunitario. Molto più dei paradigmi tradizionali, la lettura dei fenomeni proposta dalla riduzione del danno è costitutivamente all’insegna della complessità e porta a una “costruzione sociale” del fenomeno che sulla complessità non fa sconti: fattori individuali e fattori sociali, aspetti culturali e antropologici, sistemi istituzionali e legislativi, chimica delle sostanze e mercato nero, tutto entra e ha un ruolo nella costruzione del fenomeno. Come afferma Russel Newcomb in una delle prime sistematizzazioni degli obiettivi della riduzione del danno, i rischi che si vogliono limitare e i danni correlati che si vogliono ridurre attengono a tre diversi livelli: individuale, comunitario (famiglia, reti amicali, reti sociali di prossimità, vicinato) e sociale (comunità locale fino al livello nazionale) e a tre diverse tipologie: sanitaria, sociale e economica. Ontologicamente, allora, la riduzione del danno fa propri interessi e ragioni diverse e si propone di “governarli” in ottica comunitaria invece di “incapsularli” in nicchie sociali contrapposte (i sani e i malati; i normali e i devianti) per poi, dopo averli separati, doverli “controllare” con strumenti “pesanti”.
  • La riduzione del danno responsabilizza il contesto, individua i fattori di quest’ultimo che pesano come elemento di “massimizzazione” dei danni e dei rischi e opera per una loro modificazione. Questo porta a una “distribuzione controllata” delle responsabilità, pone le basi al contempo per un’azione culturale e pragmatica dell’intervento: ovvero consiste sia nella riduzione dello stigma sociale che pesa sul soggetto, che si trova, a essere sì responsabile delle proprie scelte ma anche co-autore di effetti le cui responsabilità lo travalicano e includono molti altri attori; sia nella moltiplicazione allargata delle opzioni di intervento, nell’ampiezza del ventaglio dei fattori su cui si può metter mano, che si possono variamente governare, al fine di produrre cambiamenti positivi. Contrariamente alla retorica che vuole la riduzione del danno, una “rinuncia” o un “minimalismo”, questa incisività sui fattori di contesto ha un effetto moltiplicatore sulle possibilità di governo del fenomeno.
  • La riduzione del danno promuove gli attori sociali. I concetti di “lavoro di comunità” e di “empowerment” sono costitutivamente parte del bagaglio metodologico della riduzione del danno. Tra gli attori in scena, è importante sottolineare (per le implicazioni pratiche ma anche per quelle culturali e sociali) i soggetti stessi, che dentro l’approccio della riduzione del danno non sono né vittime da curare né colpevoli da biasimare, ma sono attori sociali del fenomeno e come tali in grado di attivare proprie competenze sociali ed esperienziali.