Lettera al Ministro Fontana

E così, dopo almeno cinque anni di dibattito zero sulle droghe e sulle politiche di governo del fenomeno, una delega politica è giunta, e tale delega è andata a Lorenzo Fontana, Ministro per le politiche per la famiglia. Il 26 giugno, mentre celebravamo la giornata mondiale “Support! Don’t Punish“, la campagna globale che richiede politiche sulle sostanze stupefacenti basate sulla salute e sui diritti umani, abbiamo letto la sua prima intervista.

Fontana ha ragione su diverse cose: ha ragione quando dice che il “problema droghe” è stato trascurato dalla politica, e questa è una vergogna. In genere, in questo paese da troppo tempo di sostanze si parla poco e male. Nei luoghi deputati alla formazione, all’istruzione e all’educazione di bambini e ragazzi, non se ne parla abbastanza, causando disinformazione e lasciando all’esperienza e al caso la scoperta dei rischi e dei possibili danni.

Quando l’uso di sostanze è all’ordine del giorno non è mai posto in chiave di salute pubblica e in una prospettiva di promozione del benessere: come dice Fontana, questo è profondamente sbagliato. Le droghe sono un tabù, il consumo è un fenomeno da nascondere come la polvere sotto al tappeto, affrontato con toni moralistici, col risultato che crescono l’ignoranza e gli stili di consumo pericolosi.

Il tabù nasce e cresce dentro l’approccio punitivo al quale si ispirano le politiche sulle droghe in Italia. Così aumentano i consumi fuori controllo, le segnalazioni alle Prefetture e i procedimenti amministrativi, i processi penali e i carcerati (che, sia detto per inciso, non sono detenuti per reati di grande traffico ma di piccolo spaccio). Intanto, ogni giorno si affaccia una nuova molecola sul mercato per aggirare la proibizione sulle nuove sostanze e, dopo anni di curva discendente, aumentano le morti per overdose anche perché si disinveste sulla riduzione del danno. Quanto ci costa tutto questo in termini di spesa e di salute pubblica?

Onorevole Fontana, ora ci rivolgiamo a Lei per chiederLe di allargare lo sguardo agli esempi virtuosi di riforma delle politiche punitive, in Portogallo ad esempio. In fondo Lei dice di voler guardare alle esperienze che hanno funzionato nel mondo. Segua le indicazioni della Comunità Europea e dell’Osservatorio di Lisbona. L’approccio che Lei chiama “Tolleranza Zero” è stato messo in discussione ormai in tutte le sedi, ONU compreso, perché produce esclusione sociale e riempe le carceri di persone che usano droghe: in Italia più del 25% dei detenuti è definito tossicodipendente, perché la legge di fatto punisce chi usa al pari di un trafficante.

Le chiediamo di interrompere la tradizione italiana di politiche orientate dall’ideologia. Le chiediamo di ascoltare gli operatori dei servizi, in particolare le molteplici esperienze italiane di Riduzione del Danno, sia pubbliche sia del terzo settore, i ricercatori, i tecnici, le associazioni di persone che usano droghe, gli Enti Locali che pagano gli effetti di politiche di governo del fenomeno inefficaci, e di lasciarsi guidare nella sua azione dalle tante esperienze di lavoro a contatto col fenomeno e dalle evidenze scientifiche.

Se ascoltasse gli operatori delle Unità di Strada, dei Drop In, delle equipe che lavorano nei contesti del divertimento o nei servizi per il trattamento nella logica dell’autoregolazione, di cui la nostra rete è ricca, capirebbe che da anni intervengono sul campo con risultati evidenti. Questo confronto sarebbe un cambio evidente di passo per questo paese.

Come dice Lei, ne va del futuro dei nostri figli.