A Cosenza la cannabis devasta il cervello

Fonte: fuoriluogo.it

“#Senzagiridiparole”: questo l’hashtag che mi ha fatto incuriosire e riflettere sul manifesto, circolato su facebook, della campagna del Comune di Cosenza sulla cannabis. Campagna di informazione, di prevenzione e antidroga: così è presentata dal giornale locale “il dispaccio” che riporta anche le dichiarazioni del dirigente settore educazione del Comune di Cosenza. Il manifesto farebbe parte di una serie di azioni la cui finalità è quella di fare prevenzione, informazione, con i più giovani, anche e soprattutto minorenni.

Intenzioni buone che per tradursi in azioni concrete con un presupposto di efficacia dovranno necessariamente mettere, per lo meno in discussione, il concetto espresso nell’hashtag. “Senza giri di parole”, letteralmente, non farà molta strada la campagna in questione. Chi lavora come operatore sociale nella prevenzione con i giovani sa che le parole devono invece girare e fare lunghi percorsi per arrivare alll’obiettivo. E soprattutto che, se si vuole” fare prevenzione”, le parole dobbiamo saperle ascoltare, e quindi accogliere.

La parola, quella che questo tipo di comunicazione sembra voler mettere in secondo piano, o affidarle un ruolo minoritario, continua a rimanere elemento determinante nel lavoro di informazione e prevenzione. E, come detto, deve girare. Certi messaggi, così lapidari, peccano di presunzione, cosa che poco ha a che vedere con la prevenzione di comportamenti a rischio con i giovani. La necessità di tutelare un minorenne dal rischio che assuma una sostanza stupefacente non deve e non può trasformarsi in un messaggio e in un agire che escluda il fatto che il soggetto con cui ci si confronta non abbia delle sue idee, e che non abbia altre voci (sicuramente più influenti della nostra) che gli “girano attorno”.

Un peccato di presunzione, nella forma e nel contenuto, che compromette in partenza l’obiettivo. Dire che la cannabis devasta il cervello non fa che riportarci ai buchi di Serpelloniana memoria. Non si può pretendere nel 2017, di fare informazione e prevenzione con un messaggio così povero. Entrare nel merito del messaggio non è nelle mie intenzioni: qui il punto non è se è vero che fumare cannabis devasti il cervello, anche se non lo “devasta” come provano quei milioni di persone che fumano e conducono una vita “normale”.  Altro conto sarebe ragionare su come, dove, quanto, cosa e quando si fuma, o dire che fumare nell’età in cui la struttura cerebrale si sta formando è dannoso. Così come dire che ci sono persone che per la loro specifica struttura psichica è vivamente sconsigliato che assumano cannabis.

Non solo presunzione dunque. Anche povertà, di forma e di contenuto. Quello che traspare da questo manifesto è la vecchia logica della verità in tasca. La comunicazione legata alla prevenzione al consumo di sostanze stupefacenti, non può però viaggiare sul modello della pubblicità del supermercato, in cui si cerca di convincere l’acquirente con poche parole che vanno a “toccare i tasti giusti”. Questo modello comunicativo, trasportato in un ambito ben più complesso, finisce appunto per rendere i messaggi necessariamente troppo poveri per essere presi in considerazione. La disponibilità all’ascolto è qualcosa che si deve necessariamente lasciar intendere quando ci si presenta in qualche modo per voler instaurare una relazione educativa. Presentarsi con la verità in tasca, anche fosse avvalorata da ricerche scientifiche, non porta a nulla. La questione stupefacenti, in particolare la cannabis, è delicata sotto molti punti di vista non ultimo quello del tipo di comunicazione che si fa in ambito preventivo.

La prevenzione ha un fine nobile, e proprio per questo sollecita la nostra presunzione, esponendoci quindi con estrema facilità ad una serie di errori che rischiano poi di compromettere l’intero intervento educativo. Piuttosto che con certi ammonimenti che presagiscono devastazioni cerebrali, facoltà mentali perdersi ad ogni boccata che si aspira, non sarebbe meglio lasciare trasparire, anche con un manifesto, una seria volontà di ascolto e confronto per poter veicolare tutta una serie di informazioni? Con i giovani presentarsi con la migliore delle verità pronta e bella all’uso non funziona: la comunicazione stile “detersivi” finisce per essere derisa proprio da loro. A buon diritto, perché certa comunicazione sottovaluta implicitamente chi riceve il messaggio: quasi lo offende.