Antiproibizionismo e cannabis: strade parallele o percorsi antitetici?

di Alessio Guidotti

Anche quest’anno si è tenuta a Roma la Million Marijuana March, un’importante manifestazione che in maniera festosa e con un forte impatto, da 17 anni rivendica una serie di questioni legate alla cannabis e alla sua regolamentazione. Quest’anno si è argomentato dell’antimonopolismo cannabinico in relazione a ciò che al momento sembra prevalere quale possibile modello di un’eventuale legalizzazione della cannabis in Italia.

Diversi soggetti, tra i quali emergono quelli appartenenti al movimento antiprò (movimento d’ispirazione antiproibizionista legato a centri sociali e collettivi, anche universitari), che muovono un’aspra critica al modello monopolistico perché, di là di specifiche previste dal disegno di legge (cannabis social club, quantità minima di piante da coltivare per uso personale), le due questioni fondamentali e opposte rimangono l’esclusione della possibilità di autoprodurre la cannabis e la costituzione di un sistema di monopolio. Accanto, va certamente considerato il discorso sulla cannabis terapeutica e la conseguente frattura in merito alla contrapposizione “terapeutica vs ludica”.

L’insieme dei soggetti che si battono per una possibile regolamentazione della cannabis è complesso, variegato  e denso di contrasti, talvolta netti e di varia natura, non ultimo il fatto che in questa battaglia si sono uniti interessi differenti che vanno da chi vorrebbe semplicemente acquistare la sostanza in tutta sicurezza all’interno di un mercato legale a coloro i quali intravedono all’orizzonte la possibilità di ottenere meri guadagni.

Tuttavia, quest’anno alla Million non ci sono andato: pur riconoscendomi nei valori rivendicati dallo specifico movimento e nella coerenza del percorso peraltro dimostrata fin dagli inizi, oggi sono sorti aspetti nella compagine generale della “lotta antiproibizionista” che non mi trovano concorde.  Nello specifico, le mie riserve non riguardano solo e tanto questa manifestazione che peraltro è tra le poche che ancora fanno riferimento al documento di cui parlerò tra poco; in generale, penso che il discorso sulla cannabis legale abbia sottratto energie alla “reale” battaglia antiproibizionista la quale, è bene chiarire, non coincide affatto con la mera legalizzazione/regolamentazione della cannabis ma riguarda il superamento di una cultura – quella proibizionista – che ha prodotto e produce immensi danni a differenti livelli.

A Genova nel mese di marzo 2014 al convegno “Sulle orme di Don Gallo” si sono incontrate diverse realtà che a vario titolo discussero molteplici tematiche legate al fenomeno dell’uso di sostanze. Fu un momento affascinante e intenso, dove ebbi il piacere di conoscere molti attivisti tra cui, ancora una volta, voglio ricordare il compianto Joep Oomen prematuramente scomparso circa un anno fa.

Nei mesi precedenti il convegno, persone che usavano o avevano usato sostanze unitamente a operatori del settore, tramite un intenso scambio d’idee e proposte, lavorarono alla stesura della “Carta dei diritti delle persone che usano sostanze“: lunghe mail e discussioni dense di suggerimenti, concetti e termini che diedero inizio a un’esperienza estremamente interessante e ancora assolutamente attuale. Un lavoro la cui utilità inizialmente risiedeva nell’opportunità data a molti partecipanti di contribuire a un percorso vasto e allo stesso tempo condiviso, dove le idee di ciascuno godevano della medesima considerazione e che poneva le basi di futuri processi, in parte avviati – forse – ma diffusi in maniera non omogenea e sempre continuativa.

Ne venne fuori una “Carta dei diritti” eretta a difesa della dignità personale, che promuoveva la lotta allo stigma e la tutela di benefici individuali che – noi tutti e tutte – rischiamo di vedere compromessi, permeata dalla necessità di un reale protagonismo delle persone che usano sostanze e della loro conseguente presenza attiva nei contesti in cui si decidono e dispongono le questioni che le riguardano.

Nel momento in cui l’evento genovese partiva, esisteva solo una prima stesura della Carta, ancora non ben definita e che proprio grazie al convegno raccolse differenti e nuovi contributi. Nei mesi successivi, mentre lavoravamo alla “stesura finale”, si riaffacciò una polemica a mio avviso fondata: alcuni giudicavano la Carta “piena di erba”, intendendo con ciò come fosse stato dato molto spazio alle questioni inerenti la cannabis. Dopo diverse considerazioni, ci accordammo su una sorta di “intesa” tra consumatori diversi ed ex assuntori di sostanze, comprese le persone che usano per via endovenosa, che avrebbe  comunque favorito la diffusione dei principi cardine della Carta dei diritti. In particolare, si conveniva del fatto che “l’attivismo cannabinico” avrebbe fatto da “apripista” anche per altre tematiche non direttamente legate ad un’unica sostanza.

A parer mio ciò non è accaduto. Le varie istanze per la legalizzazione/regolamentazione della cannabis si concentrano sulla specifica causa e, sebbene molte persone mettano in risalto la questione dei diritti, risulta difficile che tutti concordino per un cambio di paradigma in merito all’uso di sostanze e concepiscano  la questione come un primo passo per una revisione ampia e necessaria dell’intera politica di gestione del fenomeno.

Per altri ancora, la dimostrazione della difficoltà di una reale riforma dell’intera politica sulle droghe è avvenuta proprio qualche mese addietro. Freeweed, associazione di persone che usano cannabis – che stimo per l’impegno concreto nel cercare di diffondere una cultura della cannabis, fatta d’informazione seria e diritto alla coltivazione personale – decise di elaborare una Carta dei diritti specifica per i consumatori di cannabis (Carta dei Diritti delle Persone che Utilizzano e Coltivano Cannabis).

Sinceramente mi chiedo se davvero ce ne fosse la necessità. Esisteva già una Carta dei diritti, perché diminuirne il valore creandone un’altra, separata e per una singola sostanza?  Ripeto, considero gli attivisti di Freeweed persone serie e oneste che conosco personalmente e comprendo lo spirito che li anima nelle battaglie che conducono con impegno e serietà.  Mi domando, tuttavia, perché il fronte antiproibizionista non riesca a compattarsi e parlare univocamente di riforme e politiche che interessino tutte le persone che usano senza focalizzarsi su alcune droghe in particolare, commettendo – ancora una volta – l’errore di fondo di perseguire approcci farmacocentrici.

Riconosco come tale unione sia difficile e forse utopica; basti pensare alla contrapposizione esistente tra utilizzatori di cannabis a scopo terapeutico e chi ne fa un uso ludico, malgrado quest’unione costituirebbe una necessità basilare per contrastare la gigantesca spinta contraria impressa  dalla cultura proibizionista a qualsiasi tentativo d’innovazione della politica globale del “fenomeno droga”.

Nella Carta dei Diritti, al pari della cultura di derivazione nord europea di cui ereditiamo solo qualche traccia, assume una certa importanza l’esposto: “niente su di noi senza di noi”. Esprime il diritto e il dovere di protagonismo delle persone che usano sostanze, la necessità di occuparsi delle questioni che le riguardano. Il protagonismo delle persone che usano sostanze è raccomandato anche nelle linee guida dell’Harm Reduction International. Ciò nonostante, è un concetto che trova enormi difficoltà nell’essere accolto paradossalmente anche da persone e servizi che dovrebbero combattere lo stigma proprio in prima battuta, per favorire il reinserimento sociale del soggetto con problemi di dipendenza o legati al proprio uso.

Ancora, a troppe persone, risulta difficile porre i concetti di “reinserimento sociale” e “attivismo di chi usa sostanze” (soprattutto per via endovenosa) sullo stesso piano e degni della stessa dignità. Di fatto chi usa sostanze, in particolare alcune, difficilmente trova contesti ove gli venga data la possibilità di prendere parola e – soprattutto – che tale  parola possa avere  uno proprio valore.  Ambiti, in cui a quella parola siano riconosciuti molteplici e intrinsechi valori: esperienziale, umano, collettivo e di denuncia ma mai “patologico”.

La lunga marcia antiproibizionista deve valicare la falsa cultura originata dal proibizionismo, le nefaste conseguenze della guerra alla droga, la dimostrazione di come in realtà sia una guerra alle persone che usano sostanze. Al pari delle concezioni di Basaglia e di tutto un movimento culturale di quegli anni che della follia faceva un argomento che interessava vari aspetti dell’umano vivere, così dovrebbe fare oggi l’antiproibizionismo: elaborare un pensiero critico sul rapporto tra uomo e sostanze.

Si dovrebbe essere capaci di smontare pezzo dopo pezzo l’impalcatura che la guerra alle droghe ha eretto; una struttura di pensiero miope, decrepita, indifferente a ogni evidenza scientifica, densa di pregiudizio e stigma.

Pensando a ciò che in Italia impedisce lo sviluppo di un cambiamento vero nell’approccio alle droghe va ascritta la questione del potere. Esistono interessi importanti al seguito delle differenti posizioni socio-politiche sulle droghe. Basti pensare al sistema delle cure e a chi ci guadagna. Si sono inventati centri di cura specializzati nella dipendenza da cannabinoidi. Centri come San Patrignano e quelli dotati di un orientamento simile, mantengono una posizione rigida sulla questione droghe; in merito alla cannabis difficilmente arriverebbero a sostenere che esistono rischi nell’uso massiccio o poco idoneo alla propria struttura psichica ma che altrettanto ci sono persone che fumano e hanno un rapporto “sereno” con la sostanza e privo di complicazioni, allo stesso modo di chi ha un rapporto sereno con il vino, magari lo stesso prodotto proprio a San Patrignano.

E’ difficile che specifiche impostazioni possano dare spazio alla visione di una persona che usa sostanze che allo stesso tempo è partecipe delle discussioni e delle decisioni che la riguardano: il paradigma del tossicodipendente malato e da curare ha creato, in aggiunta a un assistenzialismo tipicamente italiano, una serie di paradossi piuttosto evidenti. E’ comodo creare una popolazione di malati piuttosto che riconoscere dignità alle persone e – specialmente – potere contrattuale. E’ più facile, creare e mantenere sistemi di controllo piuttosto che sistemi all’interno dei quali l’individuo, anche quando è un consumatore attivo, è messo in grado di crescere, assumersi delle responsabilità, in primis quella della relazione con la sostanza di cui fa uso.

I cani che fiutano tracce di droga all’interno delle aule di una scuola non sono certo un modo per far comprendere ai giovani che “farsi le canne” durante l’orario scolastico non giova all’apprendimento e che spesso quel senso di concentrazione che sembra far passare il “fumo” per un ottimo compagno di studi è spesso una vacua illusione che terminata una volta finito l’effetto della sostanza. Assumersi responsabilità vorrebbe dire potersi sedere a un tavolo e confrontarsi sull’opportunità di fumare a scuola in orario scolastico: allievi che fanno uso insieme a docenti e studenti non consumatori. Questa è emancipazione, superamento della cultura proibizionista: la persona che assume è messa nelle condizioni di confrontarsi e relazionarsi, non è criminalizzata e punita. Confrontarsi e relazionarsi in quanto persone costituenti la società civile, non in quanto “malati”.

L’effettiva depenalizzazione di alcuni comportamenti creerebbe i presupposti per far sì che molti individui possano considerarsi soggetti portatori di diritti, che hanno la possibilità di rivendicare, argomentare e confrontarsi su ciò che non è più considerato reato. Tale condizione, a sua volta, li renderebbe legittimi protagonisti della scena sociale, dove esistono diritti ma anche doveri.

Purtroppo, spesso fa comodo che la persona che assume sostanze sia un soggetto con una bassa capacità contrattuale. Alcune dinamiche sono sotto gli occhi di tutti, molto più, forse, per chi come me lavora proprio con chi usa sostanze. Esiste da sempre un meccanismo sociale per il quale conviene che ci siano persone che non abbiano possibilità alcuna che non l’essere gestite da altri, non potendo che avere poche voci in capitolo su un’eventuale autonomia. Per le dipendenze questo fattore è stato addirittura caratteristico: il fatto che i “tossici” fossero degli zombi, persone pericolose e la droga un prodotto terribile e demoniaco, ha concorso a fare la fortuna di molti.

Anche volgendo lo sguardo all’opposto di questo sistema di cose, i progetti portati avanti da pari, in Italia si contano su una mano. Associazioni nelle quali è prevista la presenza di persone che usano sostanze nel direttivo, da noi sono quasi fantascienza ma realtà consolidate in Europa e oltre. La stessa Harm Reduction International, giusto un paio di mesi fa, offriva lavoro nel proprio direttivo a una persona che tra i vari requisiti dovesse disporre di essere un consumatore attivo.

Altro che cannabis libera e legale, la strada che vede premiata la cultura antiproibizionista è ancora lunga e in salita. Lo stigma che aleggia intorno a chi usa sostanze è ancora troppo forte. La prevenzione è spesso un lusso che si sviluppa e trova spazio a seconda della  personale visione degli amministratori di turno e ancora non viene messa a sistema ma esiste ad intermittenza con tutti gli svantaggi che ne conseguono.  Ciò comporta enormi gap tra i territori e, paradossalmente, affida all’incontro tra operatori e pari di zone diverse (che magari avviene proprio nei setting di consumo) la possibilità di uno scambio di conoscenze ed esperienze.

La necessità di dare voce e riconoscere i consumatori di sostanze quali protagonisti attivi nella costruzione di una nuova visione del fenomeno è forte e rispondente a una domanda di  dignità e riconoscimento sociale, elemento essenziale di una qualsiasi forma di  integrazione o reinserimento sociale. Il proibizionismo, padre della guerra alla droga, ha originato un pensiero inflessibile, rallentato lo sviluppo di un’intelligenza, critica ed evoluta sulla questione droghe, lontano dagli antipodi dello “sballo libero” e di una società “drug free” ma fondato sul confronto e l’accettazione della diversità, senza giudicare e  stigmatizzare alcuno e creare condizioni favorevoli all’auto-stigmatizzazione.

Alcuni passaggi utili allo sviluppo di un percorso che restituisca dignità e cittadinanza a tutte le persone che usano sostanze, anche ai consumatori per via iniettiva, sono descritti nella Carta dei diritti. E rileggere Basaglia non fare certo male a nessuno; sicuramente contribuirebbe a mantenere il passo e la giusta direzione di una lunga marcia dell’antiproibizionismo dove la Million non è che un piccolo ma importante passo, a patto che ci si ricordi che l’obiettivo non è orientato a una sostanza in particolare ma è la distruzione di una cultura falsa e dannosa, certamente criminale e rappresentata dal proibizionismo. 

P.S: passo, marcia, movimento:  parole che rendono  un’idea di azione. Forse è anche questo il motivo per cui mentre scrivo stavo pensavo al progetto “Peer on Bike”, alle persone e soprattutto ai pari che lo portano avanti e alle quali dedico questa mia riflessione.


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ITARDD è una rete di operatori, operatrici, associazioni e enti locali che promuove, sostiene e difende la RDD in Italia, attraverso la valorizzazione di competenze, professionalità e progettualità, la ricerca, l’informazione e l’azione di sensibilizzazione. ITARDD lavora per moltiplicare gli scambi con le reti e gli ambiti scientifici europei e internazionali ITARDD partecipa al movimento internazionale per la promozione di una politica mondiale sulle droghe rispettosa dei diritti umani e degli obiettivi sociali e di salute delle popolazioni, che superi l’attuale, protratto empasse delle inefficaci politiche globali centrate sulla repressione. ITARDD condivide la definizione elaborata a livello internazionale (IHRA /HRI, OMS, EMCDDA), secondo cui la riduzione del danno (RDD) è, insieme, un approccio, una serie di politiche, una gamma di programmi e servizi che mirano a ridurre il danno correlato all’uso di sostanze psicoattive legali e illegali – sui piani sociale, sanitario ed economico. L’obiettivo generale della RDD è la limitazione dei rischi e il contenimento dei danni droga correlati piuttosto che la prevenzione del consumo in sé, e i destinatari sono tanto i consumatori attivi di sostanze, quanto le loro famiglie, le reti di prossimità e la collettività sociale nel suo complesso. La RDD è uno dei “4 pilastri” della politica europea sulle droghe (prevenzione, riduzione del danno, trattamento, lotta al narcotraffico).