La guerra alla droga non paga. Perché pagare la guerra alla droga?

Ieri sera, 29 marzo, presso il Centro Lombroso di Torino, si è svolto un incontro che aveva come tema la guerra alla droga, risultati e costi del proibizionismo. Moderatore era Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte; sono intervenuti Franco Corleone, noto esperto in materia e Garante dei detenuti della Regione Toscana, Carla Rossi, docente universitaria in Statistica matematica, studiosa del Centro Studi Statistici e Sociali e delegata UNODC per il Partito Radicale, dotata di una lunga esperienza militante nell’antiproibizionismo, a partire dal Cora, il Coordinamento Radicale Antiproibizionista, negli anni ’90 e co-fondatrice del CORA-OLD, l’Osservatorio delle leggi sulla droga che ha contribuito alla vittoria del referendum del ’93 sulla depenalizzazione del consumo.

E’ seguita Susanna Ronconi, ricercatrice in ambito internazionale delle questioni inerenti il consumo di droga e l’applicazione di politiche di riduzione del danno. Tra il pubblico, il dottore Angelo Giglio, noto sostenitore delle pratiche di riduzione del danno che realizza in ambito sanitario istituzionale con vari progetti (tra cui ricordiamo Cango a Torino), che ha ulteriormente dato impulso alla discussione e Silvio Viale, anche lui è stato medico al SerD, oggi politico e militante antiproibizionista.

Tra tutte le nazioni dell’Unione Europea, l’Italia è quella che ha più persone in carcere per reati connessi alle droghe. La legge quadro sugli stupefacenti è la cd. Jervolino-Vassalli, con le modifiche introdotte dopo il referendum dei Radicali del ’93. In questi anni, ci sono state alcune modifiche, ma la più consistente, quella che andava a modificare fortemente l’impianto legislativo e i principi che l’avevano ispirata, referendum incluso, è la famigerata Legge Fini-Giovanardi, passata nel 2006 con decretamento d’urgenza all’interno del Pacchetto Sicurezza sulle Olimpiadi Invernali. Nonostante le denunce d’incostituzionalità fossero state fatte praticamente fin da subito, si è dovuto attendere il 2014 perché la Consulta (Corte Costituzionale) si pronunciasse con una sonora bocciatura, che per ragioni politiche probabilmente, si è concentrata sul metodo più che sui contenuti, ma è comunque servita per screditare una legge liberticida e assassina.

Franco Corleone, nel suo intervento, parte da lontano, forte dei dati derivanti dalla 7° edizione del Libro Bianco sulle droghe, una ricerca indipendente portata avanti da diverse associazioni, da Forum Droghe alla Società della Ragione, passando per i contributi del Cnca e della Cgil (importanti gli appunti di Giuseppe Bortone, da tempo ormai, esperto della materia all’interno del primo sindacato italiano). Sottolinea come la war on drug cominci con la “guerra” ai contadini afghani e sudamericani, con le eradicazioni alle colture e gli arresti, in nome di un diritto che nulla a che vedere con le economie di sussistenza presenti in terre lontane. Oggi, però, le cose stanno cambiando proprio a partire dalla nazione che per prima e più di ogni altra ha combattuto e imposto la war on drug e le sue conseguenze. Non sarà certo Trump a fermare un processo che coinvolge sempre più stati degli USA e nazioni indipendenti come l’Uruguay. In Italia, lo status quo è stato attaccato recentemente  dall’iniziativa dell’Intergruppo Parlamentare, ma anche da dichiarazioni per certi versi “sensazionali” come quelle della Direzione Investigativa Antimafia, di magistrati quali Cantone e altri ancora che affermano che è ormai giunta l’ora di smetterla di spendere soldi senza raggiungere risultati e forse è ora di pensare a delle ipotesi concrete di regolamentazione della Cannabis.

Corleone prosegue poi snocciolando alcuni dati riguardo la situazione italiana:

31.1% è la quota di persone in carcere per violazione alla legge sulle droghe, in particolare dell’art. 73 che norma la detenzione e la coltivazione ai fini di vendita (dati recenti del Consiglio Europeo).

56.000 sono le presenze in carcere, “lontane” dagli oltre 65.000 dell’epoca in cui era ancora in vigore la Fini-Giovanardi ma con un incremento costante di 300 unità al mese.

Le segnalazioni per art.75 309/90, la norma che regola la detenzione per uso personale, sono circa 30.000 nel 2015, di cui il 72.6% per possesso di un unico “spinello”. Dal 1990, anno in cui entrò in vigore la Jervolino-Vassalli, le persone denunciate per art.75 sono, in totale, 1.107.000, un dato ragguardevole del quale però non è possibile avere un’immediata chiara visione delle differenze esistenti del periodo in cui era in vigore la Fini-Giovanardi.

Interessante, per comprendere poi come spesso si faccia un uso demagogico della legge, è l’analisi dei dati sugli incidenti stradali per uso/abuso di alcol e sostanze stupefacenti. Il dibattito nato in conseguenza di gravi casi di cronaca, enfatizzati per fini politici, è stato utile perché fosse votata in tempi record la legge sull’omicidio stradale, con l’effetto non di diminuire gli incidenti ma di aumentare i casi di omissione di soccorso. Un altro esempio in cui la repressione genera conseguenze impreviste e nefaste, contrarie a ciò che si vorrebbe. Ma questo accade anche per un altro motivo che in qualche modo può interessare il dibattito sulle droghe e cioè che non si parte dai dati di realtà, dalle evidenze: il grande numero di incidenti non è “colpa” della guida in stato di ebrezza o sotto l’effetto di sostanze ma della disattenzione e della velocità e, aggiungeremmo, dello stato di alcune strade nel nostro paese. Così, anche per le droghe, soluzioni dotate di evidenze scientifiche come le pratiche di riduzione del danno vengono avversate a favore delle azioni repressive che, al contrario, non funzionano. E giusto per non farci mancare un esempio molto recente, un altro caso di retorica delle leggi è il cd. Decreto Minniti sulla sicurezza urbana integrata, che si realizzerebbe mediante l’espulsione di determinate persone o gruppi di persone da certi luoghi della città.

Continuando, un dato “positivo”, se così si può dire: dal 2014, anno in cui la Fini-Giovanardi è stata riconosciuta incostituzionale, circa 5.500 persone l’anno sono uscite o non sono entrate in carcere. Ciò rende la misura dei danni che sono derivati da anni di applicazione della famigerata legge incostituzionale.

Secondo Corleone, a “garanzia” del fatto che il volere politico espresso attraverso le leggi sta continuando nel solco della repressione, c’è anche il “ripescaggio” dell’art. 75 bis, abrogato dopo la sentenza della Consulta; un dato che dimostra l’incapacità della politica di affrontare il problema in maniera differente e costruttiva senza il ricorso alla repressione ma anche la conferma del disaccordo con la Magistratura, che le leggi non le fa, ne giudica il rispetto ma ne deve anche giudicare la compatibilità con la nostra Costituzione.

La politica non è in grado di tutelare la salute dei nostri giovani abbandonandosi alla retorica e a “giochi di potere”, come si può notare dalle recenti polemiche sulla “madre coraggio” di Imperia dove un genitore non trova altra soluzione della denuncia alle Forze dell’Ordine per cercare di risolvere i problemi o supposti tali legati all’uso di sostanze del proprio figlio.

Per concludere, Corleone lancia un appello ad abolire la parola “tossicodipendente” troppo spesso utile a una visione della dipendenza come malattia ma inutile alla soluzione del problema.

Tale impostazione è la medesima che la rete Itardd ha tenuto in occasione della consultazione voluta dal DPA (all’epoca retto dalla Dott.ssa De Rose) con le ong rappresentanti della società civile, a Palazzo Chigi poco prima dell’incontro a Vienna e in vista di Ungass 2016: se di cambiamento si deve parlare, è importante partire dal lessico e magari utilizzare parole differenti e più politicamente corrette ma soprattutto rispettose dei diritti fondamentali. All’estero questo passaggio è stato fatto già da tempo con l’uso della parola PUD o PWUD, persona che usa droghe, preferita ad altre; perché, prima di tutto, proprio di persone si deve parlare.

Carla Rossi, docente universitaria di Statistica matematica, costruisce la propria analisi su inconfutabili dati scientifici. Secondo la Rossi, il proibizionismo “per principio” non blocca il fenomeno che vorrebbe arginare, anzi, il danno causato dalla repressione sul mercato mondiale è assolutamente rilevante.

“La Relazione al Parlamento sulle droghe è un accrocchio di pezzi e dati forniti da volontari di più parti, assemblati senza un reale coordinamento”. Ciò a conferma della confusione esistente nel Governo sul tema delle droghe, un atteggiamento che si riflette nel fatto che in Italia i giovani sono sempre più coinvolti nel mondo delle droghe sia come utilizzatori sia con altre funzioni, anche quelle di venditori.

In questo momento, in particolare sul versante della politica sulle droghe, la caratteristica dei nostri politici è quella di mostrare un marcato analfabetismo funzionale cioè l’incapacità di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni che riguardano il loro lavoro.

La scorsa settimana alla CND di Vienna, la Commissione su Droghe e Narcotici, c’è stato un richiamo alle evidenze e alla stima dei dati reali nella costruzione delle politiche sulle droghe, da parte di tutte le ong straniere, della Global Commission on Drug e in particolare dai rappresentanti dell’Uruguay. L’obiettivo alla Arlacchi non esiste più nemmeno per l’Onu, diversamente da ciò che appare per l’Italia.

Susanna Ronconi, dopo aver condotto la prima ricerca seria e strutturata sull’uso del Naloxone in Italia, tradotta anche in inglese, come è giusto venga fatto perché un lavoro abbia un valore transnazionale, ha parzialmente anticipato la prossima ricerca che sarà presentata a Montreal in occasione dell’incontro dell’Harm Reduction International. E’ una ricerca della quale non vogliamo ancora fornire dati precisi proprio perché ha costituito un’anteprima, un regalo che Susanna Ronconi ha voluto fare durante l’incontro torinese ma che merita di essere divulgato per intero quando ci sarà la presentazione “ufficiale”. La ricerca ha l’obiettivo di fare i conti della spesa riguardo ai costi della riduzione del danno in Italia, il settore che sicuramente da maggiori prove di efficacia rispetto a tutte le altre soluzioni messe in campo per il contrasto ad abusi e dipendenze. Un lavoro che ha incontrato molte difficoltà proprio a partire dal SIND il sistema di monitoraggio della spesa sanitaria che non presenta dati disaggregati riguardo la rdd, probabilmente una conseguenza del fatto che la rdd non ha ancora una cornice istituzionale chiara. La pubblicazione dei nuovi lea ci si attende possa porre rimedio a questa situazione: avremo tempo di giudicare quando vi sarà l’applicazione pratica dei lea sulla rdd. Un dato però lo vogliamo ricordare.

Ogni italiano spende, in media, 18,6 euro/l’anno per la repressione; dai calcoli effettuati, per coprire il 100% della rdd pura (programmi NSP di distribuzione di materiale sterile, effettuati da drop in e unità di strada con annessi gli altri “standard” forniti da tali servizi), ogni persona dovrebbe spendere 2,07 euro/l’anno. Basterebbe destinare 1,76 euro/l’anno per persona, togliendoli dal budget della repressione per realizzare una piena copertura delle politiche di riduzione del danno sull’intera penisola: una cifra più che possibile, basterebbe volerlo!