Prevenire le morti per overdose da oppiacei. Il modello italiano di distribuzione del naloxone – La ricerca

        Fonte:Fuoriluogo

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Il nostro paese si trova spesso a fare i conti con modelli molto più consolidati offerti da altri, in Europa e nel mondo, proprio sul fronte della riduzione del danno. Ciò appare sempre più vero, tuttavia, quando il confronto è adeguatamente analizzato, pur rivelandoci l’esistenza di un certo gap, non è difficile trovare delle “sacche di resistenza” e la presenza di ambiti di lavoro assolutamente rispondenti alle più moderne applicazioni delle politiche di riduzione del danno.

E’ il caso, ad esempio, dell’impiego del naloxone in Italia come spiega e conferma l’ottimo lavoro svolto da una delle ricercatrici più impegnate nel campo delle droghe e della rdd e ldr in particolare, non solo nel nostro paese ma anche in ambito europeo e internazionale: Susanna Ronconi. La ricerca è stata promossa da Forum Droghe con Eclectica e i Dipartimenti Dipendenze ASL Torino ex2 e 3 e Napoli 1 Centro.

Il plauso va innanzitutto alla “forma” utilizzata per la presentazione della ricerca che, come tutte quelle che si rispettano, offre – da subito – la traduzione nella lingua che ormai è diventata la principale nell’uso in campo accademico e scientifico: l’inglese, ovviamente.

Questo particolare, è un elemento di estrema importanza quando ci si ritrova a dover sostenere il confronto con altri paesi e costituisce una delle barriere al riconoscimento delle reali capacità di cui siamo dotati in alcuni ambiti, scientifici e no, che direttamente coinvolge anche il “nostro” e quello più generale delle droghe e delle politiche sulle droghe.

Sono molti, infatti, i lavori, le sperimentazioni ma anche i progetti e addirittura alcuni servizi che oltreconfine non sono riconosciuti per il solo fatto di non essere mai stati divulgati o descritti nella lingua ormai diventata comune a tutti i paesi del mondo.

Tale “vizio di forma” non è, però la causa unica della scarsa conoscenza delle nostrane pratiche di rdd, è palese infatti come un indirizzo politico poco chiaro rispetto alla rdd ma anche in genere  in merito alle politiche sulle droghe in Italia, ammanti tutte le altre possibili cause e sia responsabile di un certo livello di arretratezza soprattutto nei confronti di quelle che ormai solo per l’Italia sono considerate “pratiche avanzate” (dalle stanze del consumo sicuro all’analisi delle sostanze).

La ricerca, va inoltre rammentato, è stata svolta indagando l’applicazione di pratiche per le quali in Europa e soprattutto in Europa dell’Est è attuale il processo sostenuto da più nazioni per un loro riconoscimento fondato innanzitutto sul rispetto dei diritti fondamentali.

Dal punto di vista puramente tecnico, il riferimento è al progetto “THN – Take Home Naloxone”, partito come sperimentazione in Galles nel 2009, diventata best practice ed estesa come campagna di sensibilizzazione in altre nazioni tesa al riconoscimento di una pratica salvavita, la somministrazione di naloxone che andrebbe permessa a chiunque proprio perché diretta a salvare “immediatamente” delle vite.

Per quanto riguarda l’Italia, la ricerca rivela da un lato un “avanzato” livello etico riferibile alla pratica di somministrazione del naloxone, dall’altro, come spesso accade, ancora una volta emerge una diffusione e un’implementazione della stessa a macchia di leopardo con zone dove non è “ancora” neppure attuata.

Altra peculiarità degna di nota riguarda un aspetto della tecnica adottata, per cui nelle interviste non ci si è focalizzati solo sul punto di vista dei professionali ma anche su quello delle persone che usano droghe, nel rispetto peraltro delle raccomandazioni per chi vuole realmente fare riduzione del danno.

Pur non volendo insistere su un’eventuale correlazione tra l’adozione della rdd in Italia (e quindi anche del modello operativo d’intervento con il naloxone) e il calo del numero di overdose in Italia nello stesso periodo, va perlomeno osservato come il coinvolgimento diretto delle persone che usano sostanze (così come dei familiari e di chi più è vicino a una persona che potenzialmente potrebbe essere colpita da overdose, in accordo con i dogmi proposti dalla stessa THN intesa come best practice) nella stessa pratica di somministrazione, dimostra come investire sui consumatori e le loro competenze significa poter disporre di una “naturale” e capillare rete di salvataggio.

Tra gli altri soggetti coinvolti nella ricerca va ricordata un’ampia rete di operatori, associazioni, servizi pubblici e privati e persone che usano sostanze: ITARDD- Rete Italiana per la RDD; CNCA – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, e, per i consumatori, L’Isola di Arran e IndifferenceBusters.