Rapporto Hep-CORE 2016: la prevenzione si fa con la riduzione del danno

Fonte: Elpa – European Liver Patients Association

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Berlino, 21 dicembre 2016 – Il cinquantadue percento (52%) dei censiti paesi europei (25) e del bacino del Mediterraneo (2) non ha una strategia nazionale per affrontare l’epatite B o C, nonostante che una risoluzione dell’Assemblea Mondiale della Sanità dell’OMS abbia esortato tutti i paesi ad adottare dei provvedimenti necessari. Solamente tre di questi stati hanno accesso senza restrizioni ai nuovi medicinali ad alta efficacia (antivirali ad azione diretta) per l’epatite C.

Questi sono solo due degli sconcertanti risultati del rapporto Hep-CORE 2016 sullo stato delle politiche e le pratiche inerenti all’epatite virale in Europa, resi noti oggi dalla Federazione Europea delle Associazioni dei Pazienti affetti da malattie epatiche (ELPA).

Il rapporto Hep-CORE è stato condotto sotto la direzione del prof. Jeffrey V. Lazarus di ISGlobal, Università di Barcellona. Secondo il prof. Lazarus, “il 2016 ha segnato un punto di svolta per quanto concerne l’epatite virale grazie all’adozione della prima strategia globale per l’epatite virale da parte dell’OMS. L’Europa può e dovrebbe assumere la leadership nell’attuazione della strategia. I risultati di Hep-CORE costituiscono un’analisi senza precedenti delle lacune regionali e nazionali ed evidenziano chiaramente sotto quali aspetti siano deficitarie le politiche e quali azioni occorra adottare”.

Ad esempio, nonostante l’urgente necessità di un ampio monitoraggio e sorveglianza della malattia, questo studio innovativo ha scoperto che 17 paesi (63%) non hanno un registro nazionale del virus dell’epatite B (HBV) e che 15 stati (56%) non hanno un tale registro per l’epatite C (HCV).

L’accesso di base alle strutture di analisi e screening è di vitale importanza per i pazienti, in particolare per quelli appartenenti a gruppi ad alto rischio, come le persone che si iniettano droghe o i prigionieri. Nonostante ciò, gruppi di pazienti di 10 paesi (37%) hanno riferito che nelle loro nazioni non vi sono centri di analisi e screening dell’HCV al di fuori degli ospedali per la popolazione generale. Ancora più allarmante, gruppi di pazienti di 12 dei paesi (44%) hanno affermato che non vi sono centri fuori dagli ospedali che forniscano servizi di analisi e screening per le popolazioni ad alto rischio.

Con la progettazione del Rapporto Hep-CORE l’ELPA ha adottato un approccio unico. I dati sono stati raccolti da esperti locali in ciascun paese. Un team di ricerca ha chiesto a un gruppo di pazienti in ciascuno dei 27 Stati membri dell’ELPA di compilare un sondaggio suddiviso in 39 punti che affrontano i vari aspetti correlati all’HBV e all’HCV: risposta nazionale complessiva, consapevolezza e impegno dell’opinione pubblica, monitoraggio e raccolta dei dati sulla malattia, prevenzione, test e diagnosi, valutazione clinica e trattamento.

Un’altra sezione del sondaggio ha posto una serie di domande volto a comprendere la prevenzione dell’epatite in ogni paese. Questa sezione è incentrata sulla disponibilità di servizi di riduzione del danno, aventi come obiettivo il contenimento delle conseguenze sanitarie negative dell’uso di droghe, come la diffusione dell’epatite virale.

È stato riferito che programmi di distribuzione di siringhe e aghi sterili sono disponibili in almeno una zona del paese del gruppo di pazienti in 22 casi (81%), che la terapia sostitutiva con oppiacei è disponibile in almeno un’area del paese del gruppo di pazienti in 24 casi (89 %) e che luoghi dedicati al consumo di droga sono disponibili solamente in 5 casi (19%). Permangono lacune significative nella riduzione del dolore per quanto riguarda la copertura e la disponibilità riferita.

“È assolutamente inaccettabile che in Europa l’epatite continui a essere affrontata in maniera così deficitaria. Esistono ottime possibilità per quanto riguarda la prevenzione e il trattamento, sono disponibili strategie ben congegnate e abbiamo numerose iniziative internazionali, in particolare da parte dell’OMS – ha affermato Tatjana Reic, Presidente dell’ELPA – Mi aspetto che questo studio modifichi lo scenario della sorveglianza sulle politiche per l’epatite virale a livello sia regionale sia globale”.

Dati di base sulla trasmissione e lo sviluppo dell’infezione sono i presupposti per l’eradicazione delle malattie infettive pandemiche come l’epatite virale. In Europa tali dati sono grossolanamente sottostimati e, anche negli scenari più ottimistici, imprecisi. Quel che sappiamo è che ogni anno 171.000 persone muoiono per cause correlate all’epatite virale (incirca il 2% di tutti i decessi annui). Ciò si traduce in oltre 400 morti per epatite al giorno. La stragrande maggioranza di queste sono dovute agli effetti tardivi delle infezioni croniche da HBV e HCV (che nel 2013 si stima che abbiano causato rispettivamente 56.000 e 112.500 decessi).

“L’azzeramento dell’incidenza dell’epatite C in gruppi a rischio definiti è possibile già nei prossimi anni. È per questo che abbiamo bisogno, in tutti i paesi europei, di una rigorosa sorveglianza dell’HCV, di programmi di screening efficaci, di un maggior ricorso ai trattamenti con medicinali ad alta efficacia e di una stretta collaborazione tra i soggetti interessati”, ha sottolineato il prof. Massimo Colombo dell’Università di Milano e Presidente dell’International Liver Foundation dell’EASL.

Il prof. Lazarus ha concluso che “le scoperte del rapporto Hep-CORE 2016 sono una risorsa che può assistere gli sforzi di tutti coloro che si adoperano per eradicare l’HBV e HCV quali minacce per la salute pubblica sia in Europa che altrove, in linea con la strategia globale dell’OMS e il recentemente adottato Piano d’azione per la risposta del settore sanitario all’epatite virale nella regione europea dell’OMS. Ora abbiamo un punto di partenza dal quale muoverci per potenziare sistematicamente la prevenzione, il trattamento e la cura dell’epatite – e per monitorare i progressi tanto necessari. L’epatite virale, che colpisce milioni di persone in Europa, deve essere combattuta su vasta scala e ciò richiede sia un impegno da parte dei singoli paesi che un’azione concertata a livello paneuropeo”.


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ITARDD è una rete di operatori, operatrici, associazioni e enti locali che promuove, sostiene e difende la RDD in Italia, attraverso la valorizzazione di competenze, professionalità e progettualità, la ricerca, l’informazione e l’azione di sensibilizzazione. ITARDD lavora per moltiplicare gli scambi con le reti e gli ambiti scientifici europei e internazionali ITARDD partecipa al movimento internazionale per la promozione di una politica mondiale sulle droghe rispettosa dei diritti umani e degli obiettivi sociali e di salute delle popolazioni, che superi l’attuale, protratto empasse delle inefficaci politiche globali centrate sulla repressione. ITARDD condivide la definizione elaborata a livello internazionale (IHRA /HRI, OMS, EMCDDA), secondo cui la riduzione del danno (RDD) è, insieme, un approccio, una serie di politiche, una gamma di programmi e servizi che mirano a ridurre il danno correlato all’uso di sostanze psicoattive legali e illegali – sui piani sociale, sanitario ed economico. L’obiettivo generale della RDD è la limitazione dei rischi e il contenimento dei danni droga correlati piuttosto che la prevenzione del consumo in sé, e i destinatari sono tanto i consumatori attivi di sostanze, quanto le loro famiglie, le reti di prossimità e la collettività sociale nel suo complesso. La RDD è uno dei “4 pilastri” della politica europea sulle droghe (prevenzione, riduzione del danno, trattamento, lotta al narcotraffico).

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