Uno sguardo ad UNGASS 2016 dal cono sud dell’America Latina

Articolo di Andrea Balice

Montevideo, 18 aprile 2016 – Uruguay

Andrea Balice è un’attivista che ha fatto parte del Collettivo antiproibizionista Infoshock di Torino, ha poi collaborato con l’associazione L’Isola di Arran e il Coordinamento Operatori Bassa Soglia del Piemonte. Ha preso parte a incontri a livello europeo con la rete Encod e supportato l’organizzazione di vari eventi nazionali legati all’area antiproibizionista italiana di movimento e no (dal Canapisa ad alcune edizioni della Million Marijuana March per il collettivo Infoshock, convegni sulle droghe come il noto “Sulle Orme di Don Gallo” oltre ad aver svolto supporto socio-sanitario e impiegato tecniche colorimetriche per l’analisi di sostanze in molti free-party per Infoshock di torino e/o in appoggio al Lab57 di Bologna). Ha un’ottima preparazione tecnica nel campo sanitario e sta perfezionando il suo percorso professionale e di attivista a Montevideo in Uruguay, dopo aver svolto ricerche in diversi stati sudamericani presso alcune tribù autoctone acquisendo specifiche conoscenze in merito all’uso di sostanze per scopi rituali e mistici. E’ attualmente impegnato nello sviluppo di progetti di riduzione del danno in Uruguay ,con finalità transnazionali di scambio culturale.

Breve storia sulla costruzione recente di un immaginario egemonico sulle droghe.

Ci troviamo alle porte dall’appuntamento di Ungass 2016 previsto dal 19 al 21 di questo mese di aprile. L’incontro avverrà presso il Palazzo di Vetro, sede delle Nazioni Unite in New York, raccolte per l’occasione in assemblea generale col fine di dibattere argomenti speciali, in particolare UNGASS, come molti sapranno, sviluppa le tematiche sulle droghe.

É una sessione, questa del 2016 che avrebbe dovuto essere tra tre anni. Invece, alcune dinamiche internazionali hanno promosso l’anticipo e cercato di impulsare una agenda del dibattito alternativa. -Alternativa?-

La concezione delle droghe su un piano di politiche internazionali ha una storia relativamente corta che non retrocede più di un paio di secoli. Principalmente nel secolo scorso é stato prodotto lo spazio e stimolata la generazione del consenso attorno alla creazione di un immaginario condiviso sulle droghe.  Immaginario che sorge da un sistema di valori, una chiara matrice morale alla quale corrisponde una conseguente linea interpretativa. Sulla linea interpretativa osserviamo l’agire di interessi nella conformazione del discorso; spesse volte pseudo – conoscenze legate a un sistema di credenze etnocéntrico che finiscono col limitare la possibilità di arrivare al consenso, anzi al contrario, lo boicottano. Per questo nel titolo del paragrafo mi riferisco ad un immaginario egemonico[1]. Fondamentalmente vorrei osservare la sua formazione, affermazione e successive trasformazioni, sino ad arrivare ai nostri giorni e immaginare uno possibile scenario delle politiche sulle droghe.

Era il 1961, quando la comunità Internazionale si incontrò con l’obiettivo di redigere la convenzione unica sulle droghe narcotiche[2]. Furono 183 i firmatari del trattato che vieta la produzione e fornitura di specifiche sostanze stupefacenti e di farmaci con effetti affini, fatta esclusione per quelle con licenza per scopi specifici – medici e di ricerca-. L’Assemblea Generale si riunì a New York in funzione della risoluzione 689 J (XXVI)[3] del 28 luglio del 1958 del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite che chiedeva di convocare una conferenza che approvi una Convenzione Unica sugli Stupefacenti col fine di rimpiazzare con un solo strumento i trattati multilaterali esistenti in materia, riducendo il numero di organi internazionali creati attraverso trattati che si occupino solamente di fiscalizzazione e di quantificare l’intervento per fiscalizzare la produzione delle materie prime degli stupefacenti.[4]

In quell’occasione si riunirono rappresentanti e delegati per confrontarsi su quella che giá percepivano essere l’emergente questione “droga” e invece, terminarono con l’esprimere un giudizio morale di ripudio generale; cominciarono quindi a definire concetti, identificare proibizioni, eccezioni consentite e regole in materia. Nel 1968 si aprì, conforme agli obiettivi del ’61, la INCB (International Narcotic Control Board),  agenzia delle Nazioni Unite che si prefigura tutt’oggi l’obiettivo di monitorare e supportare i governi nell’applicazione dei trattati internazionali sulle droghe.

Nel febbraio del 1971 a Vienna in Austria, si celebrò la convenzione sulle sostanze psicotrope che culminò, un anno più tardi, con l’adozione da parte dei paesi firmatari, del protocollo internazionale di attuazione in materia di fiscalizzazione delle droghe. Questo convegno promuove una visione moralista che aveva preso campo anni prima, come ovvio aspettarsi, dato che questa convenzione fu frutto della precedente. Ovvio anche pensare che la comunità internazionale, creato l’INCB, avrebbe dovuto fornirgli gli strumenti coi quali adempiere alle proprie prerogative. Questo protocollo internazionale ha l’obiettivo intrinseco, con il tempo, di instaurare una prassi che aspira a farsi abitudine e, la mancanza di una apertura del dibattito facilita la diffusione di una dottrina che si accontenterà coll’essere riprodotta.

Questo breve percorso nella storia recente ci porta al dicembre del 1988, quando le Nazioni Unite si riunirono in occasione della convenzione contro il traffico illecito di stupefacenti e  sostanze psicotrope.

L’accentuarsi progressivo della questione legata alle droghe é da immaginarsi spaventoso. Un contesto che passa da quello dei Beatles in Amburgo suonando nel Top Ten Club nei giorni di quella Convenzione Unica del ’61, all’incontro delle Nazioni Unite dell’88 immerso in un clima Rambo, celebre saga popolare in quegli anni. Il discorso proibizionista in questi ultimi lustri degli ottanta del novecento,concettualizza nuove modalità d’azione e nuovi obiettivi, neutralizzare completamente il traffico illecito anche, perché no, allo stile Rambo.

Vediamo come la creazione di un immaginario sulle “droghe”  -al quale ho brevemente accennato- porti, quasi trent’anni dopo, a fare un salto di qualità al sistema. Usando come fondamenta quanto sviluppato nel trentennio precedente, si celebra la prima UNGASS nel 1990, la quale darà modo di creare il programma di fiscalizzazione internazionale delle droghe nel 1991 (UNODC). Un palinsesto istituzionale e normativo che, sebbene avrebbe dovuto frenare l’attività dei gruppi narco-criminali, sembra averli stimolati offrendogli sempre nuove opportunità di mercato. Il documento finale mostra definitivamente una rinnovata inquietudine crescente, descrivendo quelli che sono percepiti orribilmente come “gli effetti della droga”. Nei documenti prodotti nella decada del ’90 il discorso sostiene che la droga distrugga vite e comunità; la discussione punta l’attenzione sull’insicurezza sociale generata dal fenomeno, la criminalità ed il narcotraffico che ad esso si associano.

Nel 1998 si celebra la seconda sessione speciale dell’Assemblea Generale della Nazioni Unite sull’argomento droghe. UNGASS 1998 produce un documento conclusivo[5] che rappresenta una dichiarazione politica globale sul controllo delle droghe, accompagnato da un piano d’azione per una strategia bilanciata volta a affrontare il “problema delle droghe” entro il 2008.  Le mete prefissate nella strategia prevedono tra le tante voci quella della riduzione della domanda e l’aumento dei controlli; a tal punto che in America Latina si cominciò a sperimentare negli anni a venire la militarizzazione della guerra totale alle droghe.

Vediamo l’esacerbazione del discorso che si spettacolarizza nelle sue pratiche e che occupa un numero sempre maggiore di persone nel mondo, in zone e contesti particolari. D’altra parte abbiamo osservato come il campo decisionale a livello internazionale sia di competenza delle Nazioni Unite che a Vienna hanno istituito la Giunta internazionale di fiscalizzazione degli stupefacenti (JIFE o INBC), alla quale non partecipano 70 paesi subequatoriali privi di  una rappresentanza diplomática in Austria. Non solo, la Commission on Narcotic Drugs (CND) é una istituzione composta da 53 Stati i cui trattati però, sono di carattere universale.

Dieci anni dopo quelle dichiarazioni politiche del 1998, é un’altra agenzia delle Nazioni Unite con sede a Vienna, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC) che nel suo report annuale[6] dichiara timidamente l’esistenza di quelle che sembrano conseguenze negative non pianificate nella dichiarata “guerra alla droga”.

La militarizzazione del conflitto, il crescente potere político-economico, nonché bellico delle narcomafie; ma anche lo sviluppo ed il commercio di nuove droghe di sintesi e l’adozione di nuovi comportamenti di massa, hanno portato nel 2012, ad una discussione accesa in seno al 67° periodo di sessioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’impulso di alcuni paesi, sicuramente il più rilevante fu il Messico, ha promosso l’anticipazione della prossima UNGASS prevista nel 2019, spostandola al 2016 con l’obiettivo di “rivalutare il progresso ottenuto fino al momento, analizzare vittorie e insuccessi pendenti nella guerra alla droga”.

Dal 2012 il discorso sulle droghe sembra aprirsi anche a quei Paesi che negli ultimi decenni avevano vissuto il peso e i risultati di quelle politiche di guerra alla droga promosse dagli organismi internazionali. Il dibattito si accende[7] ed in Latino America comincia ad essere discusso[8] anche in altre sedi come la Organizzazione degli Stati Americani (OEA) o nell’Unione delle Nazioni Sud Americane (UNASUR). Non solo in America, sono anche altre le regioni del globo dove si stanno prendendo in considerazione alternative viabili a quelle promosse dai trattati internazionali.

Alcuni Stati -ad esempio l’Uruguay per il cannabis e la Bolivia per la foglia di coca -hanno messo apertamente in discussione il sistema vigente, promuovendo politiche pubbliche nazionali che disattendono la normativa internazionale. Nel 2014 l’Italia e successivamente il Messico hanno definito le leggi nazionali promosse a seguito della firma dei trattati come incostituzionali. A questo possiamo osservare come si sommi la pressione dell’opinione pubblica, che attraverso l’uso dei social media stá riuscendo a strutturare nuove reti sociali partecipate e capillari, capaci di offrire spazi alternativi di confronto e consolidamento del consenso.

É notoria la proposta che negli ultimi anni sta avanzando, dando forma a un altro immaginario sulle droghe; aprendo la strada ai diritti umani e alla riduzione del danno, in generale ad una visione che non necessariamente criminalizza o medicalizza e che riconosce l’esigenza di regolamentare non solo proibire.

Le istanze portate avanti nelle fasi preparatorie di questo prossimo UNGASS 2016 dall’International Drug Policy Consortium (IDPC) hanno avuto una partecipazione sociale e una condivisione internazionale che ha fatto intravedere spiragli di un rinnovato blocco di consenso capace di fronteggiare l’ormai consolidato comparto proibizionista arroccato nei suoi baluardi austriaci, ormai abituato a monologhi più che dibattiti. Sebbene a fasi alterne il confronto tra le istituzioni viennesi e la società civile, in preparazione all’incontro del prossimo martedì a New York, ha prodotto un risultato senza precedenti nel quale i partecipanti sono arrivati a percepire non più se, ma a quando il cambio della politica mondiale sulle droghe.

Inevitabilmente l’ultima ronda viennese, preparatoria della bozza del documento finale di UNGASS 2016, tocca metaforicamente la mezzanotte di Cenerentola, mostrandoci un’altra prospettiva, ridimensionando quanto messo in discussione e anzi di fatto chiudendo le porte delle contrattazioni diplomatiche. Le giustificazioni che si sono susseguite a molti sono risultate poco rilevanti rispetto alle esigenze che erano state espresse anche dal Segretario Generale Ban Ki Moon; il quale aveva dichiarato il suo auspicio a che UNGASS 2016 fosse l’occasione per un dibattito “onesto e a tutto campo” sulle politiche globali sulle droghe.

Una prospettiva soggettiva dall’Uruguay.

Mi trovo a Montevideo, Uruguay. Qui sto frequentando il diploma universitario in Politiche sulle droghe, regolazione e controllo. Lavoro allo sviluppo di progetti di empowerment psicologico e territoriale, quindi socio-culturale, in contesti complessi. Sono arrivato in Uruguay poco più di due anni fa, con l’obbiettivo di studiare ed interpretare il processo socio-politico ed economico che ha portato il piccolo paese rio platense a saltare agli onori della cronaca data la svolta legislativa adottata nel 2013 che ha previsto la regolamentazione del mercato del cannabis. Dal 2014 é abilitata e regolata la coltivazione domestica e collettiva -cannabis social club-, mentre dal prossimo mese di giugno sarà disponibile alla vendita presso locali abilitati al prezzo attualmente stabilito a 1,20 dollari americani al grammo.

Il modello di regolazione adottato dall’Uruguay[9] é frutto di un sistema misto pubblico-privato che fondamenta le sue basi sui principi legati ai diritti umani, al mercato regolato e alla salute pubblica, infatti apre all’uso ricreativo, sostenendo che non sempre questo comporti danni alla salute del consumatore. La legge approvata suppone che regolando il mercato lo Stato possa ridurre gli introiti dei gruppi criminali, controllare e fiscalizzare tutte le fasi di produzione, stoccaggio, distribuzione e vendita della sostanza in gestione a imprese private in possesso di una apposita licenza. 

Quanto si é dato in questo paese offre una piccola finestra capace di farci vedere una alternativa. Per approfondire la prospettiva di analisi verso UNGASS 2016 ci proiettiamo in Uruguay dal quale andremo idealmente in carovana, con il resto della società civile latino americana che partecipa al dibattito mondiale sulle droghe, a New York.

DIEGO PIERI. Prospettiva dell’attivismo sociale uruguaiano sul panorama internazionale in vista di UNGASS 2016

A Montevideo incontro Diego Pieri, sociologo. Uno dei fondatori dell’associazione civile Proderechos[10]. Questa associazione ha organizzato nel corso degli anni varie campagne a favore di politiche centrate su una prospettiva di salute pubblica, diritti umani, di genere e sessuali.

Dal principio della discussione sulla regolamentazione del cannabis in Uruguay, Proderechos si é seduta al tavolo delle trattative aperto dal governo frenteamplista del Presidente emerito della Repubblica, José Alberto Mujica Cordano, chiamata “piattaforma regolazione responsabile”. Da allora si sono impegnati nelle diverse fasi che hanno portato all’applicazione della legge nei suoi protocolli operativi.

Diego da subito mi spiega che Proderechos é – un’organizzazione che nasce per lavorare sui temi che sapevamo che la sinistra non avrebbe toccato in principio. Non parlo solamente della campagna per la regolazione del cannabis, abbiamo aperto anche il dibattito sui diritti di genere, uno contro il processo di impunità verso crimini commessi durante la dittatura e altri.-

Mi sono incontrato con Diego di sera, nella sua casa. Mi racconta che sarebbe dovuto andare a New York ma che, data la recente nascita di sua figlia, preferisce dedicare il suo tempo a fare il papá. Comincio col domandargli delle attività a livello nazionale e internazionale portate avanti da lui personalmente e dal gruppo a cui appartiene per successivamente estendere il discorso in prospettiva dell’appuntamento di UNGASS 2016 tra qualche giorno.

Diego entusiasta mi parla della crescita che la piattaforma di networking latino americana nel corso degli ultimi anni, sostenendo che -la coalizione per il cambio delle politiche sulle droghe si é fatta sentire a tutti i livelli del dibattito, a livello internazionale coordinate principalmente dall’IDPC-, continua -venti giorni fa due compagni messicani hanno potuto avere una riunione di lavoro con il primo ministro inglese Cameron e con la Camera Bassa per illustrargli la nuova direttrice delle politiche sulle droghe.-

Continuando la conversazione sottolinea come secondo lui il processo partecipativo della società civile avanzi costantemente, ma ammette che siano le delegazioni degli Stati quelle a cui incomba il voto nell’Assemblea Generale, – sarà fondamentale quindi la conformazione di queste delegazioni, gli integranti sono scelti dai governi e potranno includere piccoli produttori agricoli, consumatori o no, al contrario ONG proibizioniste. L’assemblea rappresenta una discussione chiusa dove la società civile puó avere parola ma non ha il diritto di voto.-

La visione di Diego mi sembra chiara, mi parla di un sistema internazionale nel quale vige uno status quo proibizionista che controlla la discussione in materia. Riferendosi alle ricerche di prevalenza riportate nei report annuali delle Nazioni Unite sostiene come sia chiaramente visibile l’indice di incremento lieve ma sostenuto del consumo, così come del mercato delle sostanze sintetiche, cosiddette droghe da disegno. Però, fondamentalmente afferma che il dibattito sia difettoso – non tutti vogliono riconoscere la realtà. Continua evidenziando come la corruzione si insidi nelle istituzioni, i cui effetti ricadano principalmente sui – consumatori, sulle persone legate al microtraffico. La guerra al narcotraffico non rispetta i diritti umani. É palpabile la sproporzionalità della pena.-

Comincia a parlarmi degli emblematici casi di Colombia e Messico. Sostiene che il conflitto colombiano tra le narcoguerriglie e milizie militari para militari, sebbene dapprima sia stato giudicato da qualcuno in grado di ridurre il traffico illecito, adesso mostri palesemente come abbia solo contribuito a una migrazione verso il Messico e a un rafforzamento politico, economico e militare di questi gruppi narcotrafficanti. Mi dice – pensiamo al potere del narcotraffico, ricordiamoci di Escobar, il proibizionismo aumenta i prezzi. In Messico sono tantissimi i gruppi criminali che si sono sviluppati propio in funzione della guerra al narcotraffico.- Concludendo il pensiero mi ricorda come regolare il mercato del cannabis in Messico ridurrebbe potenzialmente del venticinque percento gli introiti di questi gruppi, sottraendogli di conseguenza potere.

Continuando la conversazione gli chiedo cosa ne pensi della flessibilizzazione dell’applicazione dei trattati internazionali, data la posizione di paesi come Uruguay e Bolivia che, a differente titolo, disattendono i trattati internazionali. La sua risposta da subito tende a precisare che a questi due paesi dovrebbero essere aggiunti alla lista Canada, Stati Uniti, Olanda e altri. Dice – tutte queste esperienze rappresentano dissidenze. Questi Paesi si devono organizzare. Servirà per evidenziare il ridicolo dei trattati internazionali. – Il suo punto di vista mi sembra comprensibile, non pensa si possa arrivare a sanzionare l’Uruguay per la sua condotta in materia, questo sostiene -porterebbe a delle conseguenze, ad una presa di posizione degli Stati Uniti e del Canada – che in questo momento, sostiene ironicamente -forse al sistema proibizionista non servirebbe-.

RAQUEL PEYRAUBE. La perversione del discorso egemonico sulle droghe

Cercando di approfondire questa visione in prospettiva, verso UNGASS 2016 dall’Uruguay, ho deciso di incontrare la dottoressa Peyraube, specialista in uso problematico di droghe e direttrice di ICEERS Uruguay, con 28 anni di esperienze di lavoro in tematiche sociali complesse.

Ci incontriamo una mattina nuvolosa, classica dell’autunno montevideano, in un caffé. Cominciamo a parlare da subito del recente documento prodotto a conclusione della ultima ronda di consultazioni a Vienna di fine febbraio scorso. Raquel si mostra quasi sdegnata, dicendomi che – Il CND ha già deciso il gioco- anche se pensa che quanto accaduto a Vienna non sia qualcosa di intenzionale.  Continuando la discussione mi parla dell’utopia che riconosce espressa nelle dichiarazioni internazionali, qualcosa che stona profondamente con la storia dell’uomo che sempre fu accompagnata dall’uso di sostanze, afferma, ma che evidentemente questa ideologia dominante non riconosce.

Continuando il confronto le chiedo quindi se si possa parlare di atteggiamenti schizofrenici del sistema, ma lei mi risponde che sarebbe più opportuno parlare di perversione, sostenendo che il perverso – conosce, é conosciuto ma mantiene il segreto, é una realtà visibile e quantificata se si pensa ai costi su scala mondiale delle politiche di guerra alla droga. So che genero il danno ma continuo comunque. Questo é perverso. Per loro le persone che usano droga non sono degne di essere valorizzate e tutelate, per loro importa il disegno macro e, i costi che ricadono sulle persone che a vario titolo si trovano immischiate col tema droga, si giustificano con frasi tipo:non avrebbero questo problema se non fossero coinvolti in questo genere di cose- .

Ovviamente non risulta quindi un atteggiamento schizofrenico per Raquel che sostiene come caratteristica peculiare dello schizofrenico sia creare realtà alternative proprie, mentre del perverso sia l’essere condiviso ma mantenuto in segreto.

Continuando mi commenta di come generalmente si tenda a valorizzare maggiormente la – perseveranza in una visione fallace, restrittiva del diritto che non prende in considerazione la salute pubblica, che crea guerre e violenze e non gerarchizza invece a livello internazionale, ne il rispetto alla persona ne la cura della persona.- Raquel sostiene che questa sia una grave mancanza del sistema internazionale.

Approfondendo il tema mi soffermo a riflettere a voce alta su quella che osservo essere una contrapposizione tra un sistema fondamentalmente scritto, istituzionale, burocratico, centralista ed uno, subalterno ad esso, marginale, con una forte matrice culturale basata sulla oralità e una matrice preminentemente locale.

Differenti sistemi di valori producono che l’egemonico consideri il marginale “critico”. Il sistema giuridico – penale adotta solamente un sistema di codici normativo – legislativi; di fatto sostenendo che l’importante non sia determinare vero o falso, ma la costruzione degli argomenti che sostengono il discorso, coscienti che sarà il marco ideologico quello che conformerà il verdetto finale.

Un panorama dell’Uruguay: II°Foro sulla Riduzione del Danno e del Rischio – Hacìa un ètica del cuidado en las polìticas pùblicas de drogas.

Per giungere alle conclusioni ho voluto aspettare terminasse il secondo foro di RDD in Uruguay, tenutosi i giorni 14 e 15 di aprile a Montevideo. La due giorni é stata la seconda occasione di incontro tra i vari dispositivi a livello nazionale ed operatori che a vario titolo lavorano in differenti contesti nei quali si applica la Riduzione del Danno e del Rischio.

In quest’occasione ho avuto piacere di assistere ai simposi del Ph.D in antropologia culturale Oriol Romaní, dell’universitá di Rovira y Virgili di Tarragona in Spagna e di Susanna Fergusson, educatrice colombiana e attivista sociale. I due in quest’occasione sono stati chiamati a esporre alla platea uruguaiana gli sviluppi delle politiche  sulle droghe nei propri paesi.

Le prospettive condivise hanno generato tra i partecipanti all’evento un misto di inquietudine ed entusiasmo. Chi, avendo la possibilità di confrontarsi apertamente, notava di avere una posizione pregiudizievole sulle droghe, disposto a metterla in discussione, riconoscendo l’inutilità del sistema proibizionista; chi d’altro canto, mostrava un innato interesse per convergenza d’idee, interrogandosi sulle possibilità di applicare nuovi dispositivi e potenziare quelli esistenti, nonché adottare nuovi  strumenti d’intervento nei propri territori.

Tutti, generalmente hanno auspicato allo sviluppo di reti nazionali ed internazionali tra gli operatori che lavorano in èquipe multidisciplinari per aumentare il grado di condivisione di buone pratiche, nonché per organizzare e diffondere in rete i risultati delle ricerche e delle attività. Permettendo così lo sviluppo di una linea teorica che possa sostenere la visione antiproibizionista intrinseca nel concetto di contenzione del danno.

Un quadro generale sulle iniziative a livello nazionale mostra tuttavia una carenza strutturale di risorse sul territorio che sebbene timidamente, continua a rimanere nell’agenda politica dell’attuale presidente Dr. Tabaré Vazquéz e dal governo frenteamplista. Sebbene il paese stia affrontando da qualche mese un forte incremento dell’indice inflazionario e una riduzione del PIL che mostrano definitivamente i primi segni di stanchezza della piccola economia rioplatense. Questa prospettiva rende incerta la possibilità di finanziamento dei progetti attualmente operanti, però sembra mantenersi stabile l’interesse del governo al loro sviluppo.

Il lavoro svolto nel Paese dall’edizione precedente due anni fa, si vede ed é notevole se pensiamo che nel frattempo siano state aperte, ad esempio, nuove offerte formative, un dispositivo mobile di prossimità nella zona metropolitana di Montevideo e si stia consolidando l’attività dell’IRCCA (Istituto Regolazione e Controllo del Cannabis).

Quello che si percepisce tra gli operatori sul territorio, i docenti e gli educatori, ma anche tra i medici presenti al foro è l’esigenza di condividere esperienze, molto spesso racchiuse in una sfera privata, di frustrazione, mancanza di appoggio delle istituzioni e difficoltà a cambiare il modello precedente, adottato dalle istituzioni pubbliche e private per le quali molti lavorano. Nonché scardinare i tabù a cui sono soggetti gli stessi operatori sociali, maggiormente se pensiamo all’entroterra rurale e conservatore del paese.

L’Uruguay piccolo Davide contro il grande Golia cerca di attuare cambi socio culturali e politici a livello locale ed è indicato come uno dei promotori del cambio nella comunità internazionale in materia di regolazione e fiscalizzazione del mercato del cannabis.

L’efficacia della legge di regolazione del cannabis in Uruguay é oggi messa alla prova, sotto gli occhi del mondo che, dall’Uruguay si aspetta qualcosa. Questa pressione si sentiva su queste persone che da tutto il Paese venivano riportando il loro bagaglio fatto di autogestione e piccole vittorie, molto lontane dalle pretese politiche che, ad esempio, promuovono in questo momento una campagna di sicurezza stradale  “alcol zero” alla guida, conforme ad una legge recentemente incrementata dal governo.

Qualcuno tra i partecipanti notava la mancanza della prospettiva dei consumatori, utenti dei servizi, persone, non professioniste, coinvolte a vario titolo in contesti comunitari, altri sostenevano come queste politiche siano -politiche povere per i poveri- denunciando la limitatezza degli strumenti messi a disposizione dalle istituzioni. Ha risuonato in varie occasioni in questo foro il termine perverso, rivolgendosi al sistema imputato di controllare e mettere in campo strategie per risolvere problemi considerati fondamentali.

All’apertura di UNGASS 2016

Cosa aspettarci quindi da questo UNGASS 2016 sembra scontato. Una visione miope, che fatica ad accettare quella che possiamo definire visione subalterna rispetto ad una egemonica. Un contesto globale, come è ovvio, nel quale gli interessi di potere ed economici influiscono fortemente nel processo decisionale e che oggi non mostrano particolare interesse allo sviluppo di un alternativa sostanziale alla visione proibizionista. Un processo, quello che ci porta all’apertura di questa sessione speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fatto di alti e bassi. Dalla bozza del documento finale emerge un quadro di leggerissima apertura, se pensiamo alle proposte di organizzazioni come l’IDPC notiamo come sia sfumata la coerenza da parte delle Istituzioni viennesi su concetti fondamentali come i diritti umani e in particolare contro la pena di morte.

Osserviamo come il piano politico internazionale sia composto da un complesso di rappresentanti che su scala gerarchica accedono alle istituzioni, a questo livello partecipano le delegazioni diplomatiche dei singoli Stati che ricorrono al sostegno di attori economici e accademici per sostenere la concertazione politico – diplomatica. Le istituzioni a sua volta rappresentano una complessa infrastruttura di spazi chiusi nei quali si mettono in discussione interessi condivisi e si intraprende un processo decisionale. Ciò che si decide in questi luoghi ha carattere universale, pretendendo oggettivare paradigmaticamente la realtà.

Se, d’altra parte ci riferiamo all’attivismo sociale coinvolto nel tema “droghe” nel mondo allora ci riferiamo a gruppi differenti tra loro. Le reti sulle quali si sviluppano sono varie, la maggior parte si organizzano a livello locale e si inseriscono successivamente in un networking internazionale attraverso l’uso del web. La nascita e lo sviluppo di piattaforme condivise on-line ha generato il confronto così come il consenso attorno alla revisione delle politiche sulle droghe da una base esperienziale, soggettiva o di gruppo. Possiamo notare come i documenti promossi dall’International Drug Policy Consortium durante questi ultimi anni siano stati sottoscritti da moltissime realtà in diversi continenti.

Non possiamo dimenticare altre moltitudini, le cui vite sono condizionate dalle droghe nel mondo. Ad esempio in America Latina: il campesino boliviano o il micro trafficante di una periferia metropolitana, il ragazzino che finisce dentro per una canna, il cuoco di cocaina peruviano, il giovane trasportatore di droga sulla frontiera USA – Messico, o il vecchio sciamano amazzonico, e così seguendo per ore volendo. Le storie di vita che si intrecciano con le droghe sono una infinità. Molte, la maggior parte, rilegate ai margini, considerate illegali, tabù. Non arriveranno mai ad essere menzionate in quegli spazi chiusi nei quali un’altra volta, si troveranno a riunirsi i delegati in seduta straordinaria.

Termino l’articolo con le parole di Martìn Collazo che sostituendo Diego Pieri di Proderechos, si trova con la carovana proveniente dal Latino America a New York a ormai poche ore dall’apertura dell’evento. In un messaggio mi scrive -la guerra contro la droga è molto di più che una strategia fallita, è una menzogna che usano i governi, complici a vari livelli per il controllo della popolazione. In Messico (municipali, statali e federali). Non rispondendo alla crisi umanitaria che ha portato il paese centro americano ad avere più di 28.000 desaparecidos e 150.000 morti- legati a quella che si definisce guerra alla droga. Continua -bisogna cambiare profondamente la prospettiva sulle droghe- e conclude -per la vita della gente, la salute e la sicurezza di tutti.-

Insomma, un’esigenza che si percepisce forte per quelle periferie che, ancora una volta,  faticano ad ottenere visibilità e accesso in questi contesti istituzionali.

Vedremo quali saranno i risultati di questo incontro, quello che è certo è la competenza acquisita negli ultimi anni dalla società civile nello sviluppo di networking capaci di stimolare lo sviluppo di nuovi processi globali. La versatilità di un concetto come quello di Riduzione del Danno, motivo per il quale è difficile inquadrarlo in un paradigma monolitico, favorisce la sua re-interpretazione locale mostrando un alto grado di adattabilità a situazioni e contesti differenti. Il vero cambio non sarà quindi nei trattati internazionali, ma nell’impegno e per lo sviluppo di nuove competenze sociali che gli attivisti stanno sperimentando in tutto il mondo a livello locale. .

Andrea Balice 18 aprile 2016 – Montevideo, Uruguay

 

[1] Di immaginario egemonico parla il Ph.D Rafael Bayce, sociologo e professore titolare nella facoltà di scienze sociali dell’UdelaR (Uruguay). Aporte universitario al debate nacional sobre drogas Art.2, pag. da 63 a 118, ed. Universidad de la Repùblica, Montevideo, 2012

[2]Non si tratta della prima riunione della comunità internazionale, ma la prima ad avere questa magnitudine. Testo completo: https://www.incb.org/incb/en/narcotic-drugs/1961_Convention.html

[3]Testo completo: https://www.unodc.org/unodc/en/Resolutions/resolution_1958-07-28_11.html

[4] (Op.cit., pag.1)https://www.unodc.org

[5] Testo completo (ing.): http://www.un.org/ga/20special/poldecla.htm

[6] Testo completo(ing.): https://www.unodc.org/documents/wdr/WDR_2008/WDR_2008_eng_web.pdf

[7] È interessante a tal proposito menzionare la pubblicazione dell’associazione civile Espolea, Messico DF. Drogas en movimiento. Para hablar de forma clara y abierta sobre el fenomeno de las drogas, coord. Aram Barra, Daniel Joloy, Lisa Sanchez, Messico DF, 2015.

Testo completo (esp.): http://www.espolea.org/uploads/8/7/2/7/8727772/version_final_web.pdf

[8] Si denota il report sulle droghe della OEA del 2014. 

Testo completo (esp.): http://www.oas.org/docs/publications/layoutpubgagdrogas-esp-29-9.pdf

[9]Testo completo legge 19.172 del 2013 (esp.): http://archivo.presidencia.gub.uy/sci/leyes/2013/12/cons_min_803.pdf

[10] http://www.proderechos.org.uy/index.php/regulacion-cannabis


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ITARDD è una rete di operatori, operatrici, associazioni e enti locali che promuove, sostiene e difende la RDD in Italia, attraverso la valorizzazione di competenze, professionalità e progettualità, la ricerca, l’informazione e l’azione di sensibilizzazione. ITARDD lavora per moltiplicare gli scambi con le reti e gli ambiti scientifici europei e internazionali ITARDD partecipa al movimento internazionale per la promozione di una politica mondiale sulle droghe rispettosa dei diritti umani e degli obiettivi sociali e di salute delle popolazioni, che superi l’attuale, protratto empasse delle inefficaci politiche globali centrate sulla repressione. ITARDD condivide la definizione elaborata a livello internazionale (IHRA /HRI, OMS, EMCDDA), secondo cui la riduzione del danno (RDD) è, insieme, un approccio, una serie di politiche, una gamma di programmi e servizi che mirano a ridurre il danno correlato all’uso di sostanze psicoattive legali e illegali – sui piani sociale, sanitario ed economico. L’obiettivo generale della RDD è la limitazione dei rischi e il contenimento dei danni droga correlati piuttosto che la prevenzione del consumo in sé, e i destinatari sono tanto i consumatori attivi di sostanze, quanto le loro famiglie, le reti di prossimità e la collettività sociale nel suo complesso. La RDD è uno dei “4 pilastri” della politica europea sulle droghe (prevenzione, riduzione del danno, trattamento, lotta al narcotraffico).