Alla CND si traccia la rotta finale per Ungass 2016: qualche progresso ma la strada è ancora lunga

UN Building ViennaUn anno fa, l’International Drug Policy Consortium (IDPC) ha elaborato cinque “richieste” fondamentali per la sessione dell’Assemblea generale dell’ONU (UNGASS) sulle droghe – sviluppate attraverso delle consultazioni con i nostri soci e i nostri partner. L’UNGASS di New York è ora a poche settimane di distanza – così, a che punto siamo nell’attuazione di queste richieste?

La 59a sessione della Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti (CND) ha chiuso intorno alla mezzanotte di Martedì 22 marzo. Questo è stato uno dei trampolini finali sulla strada per UNGASS e dopo lunghe trattative e contrattazioni, gli Stati membri presenti, alla fine, hanno approvato un documento finale per l’Assemblea generale da adottare nel mese di aprile. E’ stato un incontro teso, quello di 10 giorni a Vienna, con le delegazioni dei paesi bloccate in riunioni “informali” a porte chiuse, per la maggior parte del tempo. Queste discussioni erano accese e frustranti, ma la maggior parte delle delegazioni sembrano essere venute via con un po’ di soddisfazione per gli interessi raggiunti. Nel complesso, il documento finale è un mondo lontano dal documento onesto, lungimirante e conciso che IDPC aveva chiesto. Ma mostra progressi in una serie di settori: diverse piccole “vittorie”, piuttosto di una rivoluzione. Tecnicamente il documento finale può essere riaperto e rinegoziato a UNGASS tra poche settimane – ma data la pressione diplomatica per firmare il documento così com’è, è improbabile che ciò accada.

Richiesta 1: assicurare un dibattito aperto e inclusivo

Nell’ambito di questa prima “richiesta”, abbiamo invocato un’onesta valutazione dei fallimenti delle politiche sulle droghe a livello mondiale nel corso degli ultimi 50 anni. Abbiamo chiesto, inoltre, che vi fosse un dibattito aperto tra le varie agenzie delle Nazioni Unite, del mondo accademico, della società civile e dei gruppi interessati. I risultati sono un po’ confusi.

Uno dei risultati più positivi del processo verso UNGASS è stata la serie di contributi presentati al sito UNGASS. Questi includono osservazioni provenienti da 15 organismi delle Nazioni Unite sull’impatto del sistema di controllo delle droghe sul loro lavoro. IDPC ha esplorato i temi ei messaggi comuni a queste osservazioni – che comprendevano la richiesta di depenalizzazione delle persone che fanno uso di droghe da parte di UNAIDS, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, di UN Women e dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. L’ampio impegno della famiglia delle Nazioni Unite nel dibattito sulle politiche della droga deve essere accolto e, si spera, lasci un’eredità duratura, una maggiore coerenza a livello di sistema tra gli obiettivi, spesso contrastanti, di controllo della droga, diritti umani, salute pubblica e sviluppo sostenibile. Simili osservazioni sono state mosse anche da una vasta gamma di organizzazioni della società civile, così come da gruppi nazionali quali l’Unione europea e l’Unione africana. Tuttavia, dati tali, molti e importanti contributi, è stato deludente notare come avessero uno scarso impatto sui negoziati. Siamo stati entusiasti che il Presidente dell’Assemblea Generale abbia accettato di presiedere una consultazione informale delle parti interessate, con oltre 300 partecipanti della società civile provenienti da tutto il mondo, il 10 di febbraio, che ha portato a un dibattito vivace progressivo e travolgente. Ha presentato una sintesi del dialogo come contributo ai preparativi per UNGASS ma ancora una volta, non ci sentiamo di dire che la sua eccellente sintesi sia stata adeguatamente considerata dai negoziatori governativi.

In realtà, i negoziati reali sul documento conclusivo per UNGASS sono stati condotti a porte chiuse attraverso un processo non-inclusivo e, a volte, deliberatamente confuso, presieduto dal Consiglio di UNGASS. La società civile è stata esclusa dal fare osservazioni. Anche ai funzionari dell’Unione Europea e al Vice Ministro dello Sviluppo Sociale del Sud Africa è stato chiesto di lasciare la stanza ad un certo punto! Verso la fine della CND, le discussioni si sono tenute solo a livello riservato tra i paesi selezionati, con le altre delegazioni ignare di quanto stava accadendo o di ciò che veniva concordato.

Preoccupazioni procedurali hanno portato un gruppo di organizzazioni della società civile a rilasciare una dichiarazione congiunta, il giorno di apertura della CND, affermando che “UNGASS è ora pericolosamente vicino a rappresentare un grave fallimento generale del sistema delle Nazioni Unite … una costosa riaffermazione degli accordi precedenti”.

Di conseguenza, il documento finale in sé non è una riflessione né realistica né lungimirante del clima che vige in merito alle attuali politiche sulle droghe e non riesce a riflettere molte delle osservazioni presentate dalle varie entità delle Nazioni Unite, dagli Stati membri né da altri. Viceversa, plaude ciecamente al fatto di come “siano stati raggiunti progressi tangibili” con scarsa indicazione di ciò che viene chiamato progresso. È interessante notare che la parola “misurabile” è stata rimossa durante i negoziati.

Richiesta 2: ripensare gli obiettivi delle politiche sulle droghe

Purtroppo, il documento finale ribadisce l’obiettivo arcaico e irraggiungibile di “una società libera dall’abuso di droghe” – linguaggio che alla fine è stato accettato dagli Stati membri progressisti in cambio della riduzione del danno (vedi sotto). Perlomeno il documento fa accogliere gli obiettivi di uno sviluppo sostenibile come “complementare e sinergico” per il controllo della droga, e raccomanda “l’uso di rilevanti indicatori di sviluppo umano”. Tuttavia, il paragrafo proposto che comprendeva un invito a “identificare indicatori quantificabili … in linea con l’approccio integrato ed equilibrato” [come incluso nel progetto del 25 febbraio] non è sopravvissuto al processo di negoziazione. Fondamentalmente, però, c’è una menzione specifica per porre fine all’epidemia da HIV entro il 2030 “tra le persone che fanno uso di droga”, molto combattuta nel dopo accordo; da notare che l’obiettivo di ridurre, entro il 2015, la trasmissione del virus HIV del 50% tra le persone che si iniettano droghe, è ormai abbandonato.

Un cambio importante è rappresentato nel documento finale da un allontanamento dalla struttura ristretta a tre pilastri di “riduzione della domanda”, “riduzione dell’offerta” e “contrasto al riciclaggio di denaro e promozione della cooperazione giudiziaria per migliorare la cooperazione internazionale” contenuta nella dichiarazione politica del 2009. Ora ci sono sette temi diversi, e il vero progresso è una specifica espressione sul “garantire la disponibilità e l’accesso alle sostanze controllate” al pari delle “questioni trasversali: la droga e i diritti umani, i giovani, i bambini, le donne e le comunità “.

Richiesta 3: sostenere sperimentazione e innovazione politica

Questo tema ha costituito l’elefante nella stanza di cristalli durante i preparativi, con la fiducia basata sull’intesa di chi controlla il processo decisionale che, sostanzialmente, vieta qualsiasi menzione dei cambiamenti nella politica sulla cannabis che sono state fatte in Uruguay e alcuni stati americani. Il documento finale rimane quindi in silenzio su questi temi anche se molte delle affermazioni garantissero una campagna più aperta e solidale – come documentato nel blog di CND. Le domande che questi sviluppi in materia di politica sulla cannabis sollevano in termini di tensioni con i trattati delle Nazioni Unite, sono stati in gran parte ignorate. Nel documento delle richieste di IDPC per UNGASS, abbiamo reclamato, in anticipo su UNGASS, che un gruppo di lavoro di esperti potesse esplorare le questioni fondamentali in relazione alle convenzioni sulla droga delle Nazioni Unite. Anche se questa idea è stata discussa all’interno di diversi forum degli Stati membri, in particolare nel gruppo di Cartagena, non ha trovato alcuna menzione nel documento finale. La mancanza di un vero e proprio processo per affrontare e trovare il modo di risolvere queste tensioni con i trattati delle Nazioni Unite, costituisce una preoccupazione non appena si comincia a guardare agli sviluppi che ci saranno nel 2019, quando dovrà essere negoziata una nuova Dichiarazione Politica e un nuovo Piano d’Azione in materia di droga.

Richiesta 4: cessare la criminalizzazione delle popolazioni più colpite

Anche se la parola “depenalizzazione” è stata mantenuta estranea al testo, il documento finale non include le chiamate per “lo sviluppo, l’adozione e l’attuazione … di misure alternative o complementari per quanto riguarda condanne o punizioni”. Essa afferma, inoltre, che “le tre convenzioni internazionali sul controllo delle droghe … permettono una sufficiente flessibilità per gli Stati di progettare e attuare le proprie politiche nazionali sulle droghe in base alle loro priorità e necessità”. Quest’ultimo punto è stato elaborato nel corso della settimana da Werner Sipp, Presidente dell’International Narcotics Control Board, in una positiva discussione con la società civile. Egli ha affermato che le convenzioni non chiedono la criminalizzazione del consumo di droga, e che il modello di depenalizzazione portoghese è in linea con questa lettura. Inoltre, i riferimenti alla proporzionalità, sono stati fissati per la prima volta sia nel documento finale sia in una delle risoluzioni della CND formulate dall’Unione Europea.

Tuttavia, una delle delusioni più grandi del documento finale è stata l’incapacità, come successe con la Dichiarazione Congiunta dei Ministri nel 2014, di abolire la pena di morte per i reati di droga. Questo ha costituito una “linea rossa” per l’Unione europea e i suoi alleati, ma non è stato in definitiva possibile trovare un consenso unanime. Nella sessione plenaria della CND, in ritardo il martedì sera, una volta che è stato adottato il documento finale, diversi paesi hanno fatto dichiarazioni. Tra questi, l’Unione europea (al fianco di paesi come la Turchia, Svizzera, Canada, Costa Rica, Messico, Colombia, Cile, Brasile, Nuova Zelanda, Australia e Norvegia) hanno espresso il loro disappunto per l’omissione dell’abolizione – ancora una volta – della pena di morte. Indonesia, Cina, Pakistan, Egitto, Malesia e altri hanno presentato una contro-dichiarazione affermando che la pena di morte non è all’interno del mandato della CND, ma è una questione di giustizia penale per gli stati sovrani. Prevediamo che questo continuerà a essere un rilevante problema di divisione all’UNGASS di New York.

Richiesta 5: Impegnarsi per un approccio di riduzione del danno

Ancora una volta, si è avuto un risultato confuso – una piccola “vittoria”, piuttosto di una rivoluzione, seppure necessaria. Da un lato, molti stati membri di supporto rimasti soddisfatti dal fatto che il documento finale avesse incluso riferimenti specifici al naloxone e alla prevenzione dell’overdose, a “programmi terapeutici farmaco-assistiti” e a “programmi per attrezzature per l’iniezione” (questi ultimi due rappresentano un compromesso linguistico per terapie sostitutive con oppiacei e programmi di distribuzione di siringhe, in uno dei paragrafi finali da concordare). Questa è stato il traguardo più alto raggiunto da una dichiarazione politica sulle droghe a Vienna, ed è giunto con il sostegno da parte di WHO, UNODC e Commissione Tecnica UNAIDS per un piano di riduzione del danno.

D’altra parte, gli Stati membri, ancora una volta, sono stati tragicamente incapaci di trovare un consenso attorno al termine “riduzione del danno” in sé. Questo è un tema comune alla CND di Vienna, ma questa volta è oltremodo deludente dato che il documento finale è o dovrebbe essere un documento da portare all’Assemblea Generale di New York e che il termine riduzione del danno è stato ampiamente approvato e concordato nelle dichiarazioni politiche del 2001 e 2011 in materia di HIV/AIDS – come dimostrato nell’E-Book of Athorities.

Come per tutte le richieste dell’IDPC, c’è ancora molto lavoro da fare anche su questa particolare questione.


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ITARDD è una rete di operatori, operatrici, associazioni e enti locali che promuove, sostiene e difende la RDD in Italia, attraverso la valorizzazione di competenze, professionalità e progettualità, la ricerca, l’informazione e l’azione di sensibilizzazione. ITARDD lavora per moltiplicare gli scambi con le reti e gli ambiti scientifici europei e internazionali ITARDD partecipa al movimento internazionale per la promozione di una politica mondiale sulle droghe rispettosa dei diritti umani e degli obiettivi sociali e di salute delle popolazioni, che superi l’attuale, protratto empasse delle inefficaci politiche globali centrate sulla repressione. ITARDD condivide la definizione elaborata a livello internazionale (IHRA /HRI, OMS, EMCDDA), secondo cui la riduzione del danno (RDD) è, insieme, un approccio, una serie di politiche, una gamma di programmi e servizi che mirano a ridurre il danno correlato all’uso di sostanze psicoattive legali e illegali – sui piani sociale, sanitario ed economico. L’obiettivo generale della RDD è la limitazione dei rischi e il contenimento dei danni droga correlati piuttosto che la prevenzione del consumo in sé, e i destinatari sono tanto i consumatori attivi di sostanze, quanto le loro famiglie, le reti di prossimità e la collettività sociale nel suo complesso. La RDD è uno dei “4 pilastri” della politica europea sulle droghe (prevenzione, riduzione del danno, trattamento, lotta al narcotraffico).

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